Ballarè, lettera a Fassino per cambiare il decreto enti locali

Il sindaco di Novara ha scritto una lettera all'Anci nazionale per far sentire la voce dei comuni

I comuni del Piemonte alzano la voce, e chiedono cambiamenti al Decreto "Enti Locali".

A farsi tramite delle richieste dei territori piemontesi è il sindaco di Novara, Andrea Ballarè che, nella sua veste di presidente dell'Anci regionale, ha scritto in questi giorni una lettera al presidente nazionale dell'associazione dei Comuni, Piero Fassino.

«Una lettera che nasce - spiega Ballarè - dalle numerose sollecitazioni scaturite negli incontri con i Comuni del nostro territorio, oltre che, ovviamente, dalla mia esperienza di sindaco di Novara».
La lettera mette in evidenza in modo nitido come il decreto abbia fortemente ridotto l'utilità di alcune misure molto attese dalle amministrazioni locali.

«Ho voluto - spiega Ballarè - riportare all'attenzione il tema del patto di stabilità, che non è stato allentato a sufficienza e rischia di vanificare il meccanismo "sblocca pagamenti", chiedere il ripristino della deroga all'obbligo di avvalersi della centrale unica di committenza per importi inferiori a 40.000 euro, sottolineare la necessità di una revisione della disciplina sulla gestione associata delle funzioni fondamentali, evidenziare come i Comuni non possano più essere considerati come i contributori netti del bilancio statale».

«Ho chiesto - conclude il sindaco -  ad ANCI nazionale l'impegno di portare al Governo la voce del nostro territorio,  perchè le osservazioni formulate possano essere un importante contributo ai correttivi che verranno apportati in sede di conversione in legge».

Ecco il testo completo della lettera

Caro Presidente,

la lunga attesa per l’emanazione del c.d. decreto “enti locali”, pubblicato solo sulla Gazzetta 

Ufficiale n. 140 del 19 giugno scorso (D.L. 78/2015) ed entrato in vigore il giorno successivo, non 

solo ha vanificato o comunque fortemente ridotto l’utilità di una serie di misure a lungo dibattute 

(ad esempio, la previsione di un’anticipazione di liquidità a favore dei comuni o la proroga dei 

termini per il riaccertamento straordinario dei residui), ma non è stata neppure premiata 

dall’inserimento nel testo finale di altre misure molto attese da parte di numerose amministrazioni. 

Le relative disposizioni, infatti, o sono state stralciate o sono state formulate in modo discutibile, 

ponendo nuovi problemi, anziché risolvere quelli già esistenti.

È auspicabile, pertanto, che in sede di conversione in legge siano apportati al provvedimento ampi e 

profondi correttivi. 

A tal fine, con spirito collaborativo, ci permettiamo di segnalare alla tua attenzione alcune questioni 

aperte.

In estrema sintesi, i punti sui quali il territorio piemontese chiede con più insistenza un forte 

impegno di Anci sono i seguenti.

Ulteriore allentamento del Patto di stabilità interno e degli altri vincoli.  

Il D.L. 78 ha previsto uno “sconto” anno da 100 milioni, ma si tratta di una cifra modesta se 

confrontata con il “peso” del Patto, che è di oltre 3500 milioni: in pratica, l’alleggerimento vale 

meno del 3%. Per di più, si tratta di spazi finanziari messi a disposizione dagli stessi comuni, 

attraverso un incremento orizzontale di tutti gli obiettivi. Occorre fare di più, anche perché i criteri 

di riparto definiti dal decreto sono assai discutibili (specialmente per la quota destinata all’edilizia 

scolastica) e le assegnazioni delle regioni attraverso il Patto verticale difficilmente arriveranno 

prima di settembre. Il Patto, inoltre, rischia di vanificare almeno in parte il nuovo meccanismo  

“sblocca pagamenti”, se alle erogazioni di liquidità non verrà abbinata la possibilità di escludere le 

relative spese in conto capitale dal saldo. Inoltre, occorre sterilizzare le uscite che i comuni devono 

sostenere per restituire le quote dell’Imu  non trattenute nel 2014 dall’Agenzia delle Entrate.

Più in generale e considerato il giusto richiamo di Anci alla necessità di una pronta revisione della 

disciplina del pareggio di bilancio, credo che sia tempo di riaprire un tavolo con il Governo per 

ripensare in modo organico al complesso di vincoli gestionali imposti ai comuni, in modo da 

arrivare ad una loro forte riduzione, specialmente a favore degli enti di minori dimensioni. 

Allentamento del blocco delle assunzioni imposto per consentire il ricollocamento dei 

lavoratori delle province.

In questo ambito, si pongono problemi che, se non risolti, rischiano di mettere a serio repentaglio i 

servizi essenziali. Ciò anche in considerazione dei tempi lunghi della procedura di dichiarazione 

degli esuberi e della recente deliberazione n. 19/2015 della Sezione Autonomie, che ha 

definitivamente escluso molte delle aperture contenute nella circolare della Funzione pubblica n. 

1/2015. Un primo intervento è necessario per eliminare il paradosso causato dal divieto di ricorrere 

alla mobilità volontaria fino al completo ricollocamento degli esuberi mediante mobilità 

obbligatoria. Infatti, poiché la legge equipara la mobilità obbligatoria ad un’assunzione, gli enti  

privi della capacità di assumere nel 2015-2016  non potranno assorbire personale in esubero, ma 

nonostante ciò  non potranno nemmeno far fronte al loro fabbisogno mediante la mobilità 

volontaria, che è “neutra”. Inoltre, occorre consentire agli enti di assumere in deroga al blocco, 

figure infungibili, non presenti nei ruoli delle province, recuperando e ampliando la norma sul 

personale scolastico contenuta nelle bozze del decreto e superando l’orientamento eccessivamente 

restrittivo della magistratura contabile, secondo cui gli enti dovrebbero verificare tra gli esuberi di 

tutte le province italiane la presenza di personale con le caratteristiche professionali richieste, anche 

se appartenente a profili diversi. Ancora, occorre modificare la norma (art. 5) che dispone il transito 

del personale appartenente ai corpi di Polizia provinciale nei ruoli dei comuni per funzioni di 

polizia municipale: oltre ai profili di effettiva realizzabilità della misura (visto che i comuni 

dovranno rimodulare le altre voci di spesa corrente al fine di assumere, in modo da garantire 

comunque il rispetto del patto di stabilità interno), occorre superare il divieto a pena di nullità di 

assumere con qualsivoglia tipologia contrattuale altro personale da adibire al medesimo servizio, 

che potrebbe indurre i comuni a reclutare personale permanente anche se il loro specifico 

fabbisogno è solamente temporaneo (ad es. per i comuni turistici che facevano ricorso a contratti 

stagionali), oppure a rinunciare al servizio.

Deroga alla centrale unica di committenza per gli acquisti fino a 40.000 euro. 

Dal testo finale del decreto, è inspiegabilmente sparita la norma che estendeva ai piccoli comuni la 

deroga dall’obbligo di avvalersi delle centrali uniche di committenza per importi fino a 40.000 euro. 

Se non verrà riproposta, c’è il concreto rischio che dal prossimo 1° settembre scatti un nuovo blocco 

delle procedure di gara. Ricordiamo, infatti, che in base all'art. 23-ter del D.L. 90/2014, da tale data 

scatterà l’obbligo di acquisti centralizzati sia  per i servizi e le forniture che per i lavori. Tale 

obbligo, inoltre, è rafforzato dal divieto imposto all'Anac di rilasciare il  codice  identificativo  gara  

(CIG)  ai  comuni  inadempienti.

Revisione della disciplina sulla gestione associata delle funzioni fondamentali.  

Come affermato dallo stesso Governo, la normativa che si è succeduta negli anni in relazione ai 

processi associativi si è dimostrata di difficile attuazione, determinando un bilancio non del tutto 

positivo del previsto processo di razionalizzazione e di riduzione dei costi dell'azione 

amministrativa nei piccoli comuni. L’ennesima proroga di un anno disposta nei mesi scorsi 

dovrebbe servire per ripensare gli obblighi di gestione associata, con l'obiettivo di sostenere la 

realizzazione di unioni sulla base di scelte volontarie, definendo adeguati incentivi e garantendo la 

necessaria flessibilità nella definizione egli ambiti. A tal fine, però, occorre attivarsi per tempo e 

non arrivare nuovamente a ridosso dalla scadenza con un quadro normativo invariato. 

Modifica dei criteri di riparto del fondo di solidarietà comunale.

Al riguardo, emergono due necessità assolute: da un lato, una revisione dei tagli, che oggi 

penalizzano il comparto dei comuni trasformandolo in un contributore netto del bilancio statale; 

dall’altro, una modifica dei criteri di riparto delle spettanze, attualmente poco comprensibili anche 

agli addetti ai lavori. Il tutto deve essere calato in un complessivo ripensamento dei rapporti 

finanziari fra stato e comuni che prenda atto del sostanziale fallimento del cd. federalismo fiscale e 

porti al riordino ed alla stabilizzazione delle entrate comunali. Anche in tal caos, la tempistica è 

essenziale: il riparto del fondo deve essere definito in tempo utile per consentire ai comuni di 

approvare il bilancio di previsione 2016, se non entro il 31 dicembre 2015 come sarebbe peraltro 

fisiologico, almeno senza i patologici ritardi che si sono verificati negli ultimi anni.

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