Borgomanero: nuovo appuntamento con il cineforum

Nuovo appuntamento con il cineforum a Borgomanero. Martedì 19 febbraio sul grande schermo arriva "Abracadabra".

La scheda del film

Regia: Pablo Berger
Sceneggiatura: Pablo Berger
Fotografia: Kiko de la Rica
Montaggio: David Gallart
Scenografia: Alain Bainée
Costumi: Paco Delgado
Effetti: Jordi San Agustín
Interpreti: Maribel Verdú (Carmen), Antonio de la Torre (Carlos), José Mota (Pepe), José María Pou (dott. Fumetti), Quim Gutiérrez (Tito), Priscilla Delgado (Toñi), Julián Villagrán (Pedro Luis), Javivi (Agustín), Saturnino García (Mariano), Ramón Barea (tassista), Janfri Topera (Rogelio)
Produzione: Ibon Cormenzana, Jérôme Vidal, Ignasi Estapé, Pablo Berger, Mikel Lejarza, Mercedes Gamero per Arcadia Motion Pictures/Perséfone Films/Pegaso Pictures/Noodles Production/Atresmedia Cine/Scope Pictures/Movistar+
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 96'
Origine: Spagna, Francia, Belgio, 2017
Data uscita: 17 maggio 2018

Carmen vive nella periferia di Madrid con il marito Carlos. Lei è una casalinga dedita alla famiglia; lui un operaio edile, tifoso di calcio che vive solo per il Real Madrid. Un giorno, la normale routine della coppia viene sconvolta per sempre. A un ricevimento di nozze, il cugino di Carmen, Pepe, ipnotizzatore dilettante, decide di dare una dimostrazione delle sue doti e chiede un volontario tra il pubblico e Carlos, scettico, decide di stare al gioco. Il mattino dopo, però, l'uomo inizia a comportarsi stranamente: qualcosa è andato storto e ora è posseduto da uno spirito. Tutti i cugini decidono così trovare insieme il modo per far tornare Carlos normale, mentre Carmen comincia a sentirsi curiosamente attratta dal ‘nuovo’ marito.
“Abracadabra” ha un’anima doppia e mutevole come metamorfica è l’identità del personaggio su cui opera l’incantesimo del titolo. Tutto, nel film, pare avere un doppio - più o meno valido dell’originale - come l’esilarante riproduzione esatta della camera da letto della coppia scambista a partire da una pagina del catalogo “KILEA”. Il doppio pare essere, se non necessario, perlomeno utile in un mondo di inetti, incapaci persino di svolgere l’unico ruolo che una stereotipizzazione comica al limite dell’assurdo assegna loro. Così, l’ipnotista è chiaramente impossibilitato ad affrontare le conseguenze dell’unico numero riuscito (per sbaglio), ed è costretto ad avvalersi dell’aiuto del ‘maestro’, che si rivela altrettanto inabile nel risolvere la situazione.
I personaggi sono intrappolati in una condizione di inadeguatezza dalla quale sembra difficile - se non impossibile - emanciparsi, quella stessa insicurezza cronica che porta la protagonista ad imitare il look di Madonna per il matrimonio che apre il film - e la figlia adolescente la esorta: «sei proprio uguale».
In linea con gli individui semplici, ingenui e piattamente ridotti a una caratterizzazione povera dai pochi ed esasperati tratti salienti che il film ritrae, tutto il resto è altrettanto kitsch, relegato a un livello puramente superficiale, dove la magia è ‘abracadabra’ e il motivetto scatenante di un assassino è il ballo del qua qua, dove un anziano moribondo riprende temporaneamente vita grazie alle mutande di Superman e dove l’incantesimo può avvenire solo dietro travestimento del ‘mago’ - «hai l’eye-liner?», chiede prima del momento cruciale.
Eppure, l’unica via per trascendere questo microcosmo di superficialità e inidoneità è proprio l’ipnosi, connotata come il solo possibile medium di discesa verso una nuova e inesplorata profondità dell’essere. Un processo magico perché passibile di liberare i personaggi dalla trappola di un’ottusa apparenza, in un appuntamento inaspettato con l’inconscio, quello stesso - spaventoso - istinto primordiale che l’assassino incontra nelle proprie schizofreniche allucinazioni. Sebbene travestita, ironicamente, ad assomigliare al resto dei personaggi, con abiti sgargianti - per non dare nell’occhio - la scimmia, visione che appare all’omicida e allo spettatore come indice e premonizione di una strage, è l’incarnazione di un impulso animale e sregolato. Lo stesso istinto che pare dominare sul terribilmente mal-educato Carlos, capace, nella propria ignorante sufficienza, di spezzare la solennità di un matrimonio (e del matrimonio in generale) inveendo contro una partita di calcio. E, paradossalmente, adeguato alle proprie mansioni di marito solo quando posseduto da un pazzo assassino.
È dunque uno spirito maligno che, per assurdo, e per contrasto, veste un ruolo di denuncia, palesando la disumanità di questi personaggi fantocci a partire dalla rivelazione di una loro maggiore inadeguatezza - rispetto al proprio essere di schizoide omicida. La sua presenza, che rimane latente nel mondo di “Abracadabra” - il filmato della strage, la possessione di Carlos, il focolare intatto sin dopo il matricidio di decenni prima - è risolta non solo in un assurdo miglioramento della figura del marito, l’idealizzazione del partner perfetto, ma nell’infusione di una nuova consapevolezza in Carmen.
Nell’immensità della ‘stanza bianca’ visitata durante la doppia ipnosi finale - quell’ambiente che si caratterizza come una sorta di inconscio collettivo - la moglie, liberata dalle catene di un ruolo che le sta stretto, è pronta ad affrontare quell’inedita (letterale) ‘profondità d’animo’ e di intenti e finalmente capace di emanciparsi da un mondo tossico fatto di figure piatte e simulacri.
Carlotta Po, Cineforum

Plumbea periferia di Madrid. Real solo sul campo di calcio, unico piacere del muratore e tifoso Carlos (Antonio de la Torre) descritto come un bruto, marito cavernicolo di Carmen (Maribel Verdú, “Y tu mamá también”) e padre scellerato di un’adolescente. Prologo fulminante con le due donne acconciate con abiti-lampadario per una festa di nozze, impazienti del fischio finale mentre l’uomo sbraita davanti alla tv. Pedro Almodóvar si dissocia dalla crisi di nervi di donne e uomini, anche se il bizzarro made in Spagna non può che evocarlo. Colori acidi, maschere, travestimenti, camp e kitsch sono difficili da maneggiare, tranne che per il regista di Carne tremula. “Abracadabra”è la parola magica pronunciata dal cugino di Carmen, Pepe (José Mota), che ipnotizza Carlos e gli infonde uno spirito schizofrenico così perverso da farlo disamorare del Real Madrid e appassionare all’aspirapolvere e ai lavori di casa. Il villain ignorante è cambiato. Pablo Berger ha vinto dieci premi Goya con il suo secondo film, “Blancanieves” (2012), favola gotica muta e in bianco e nero, e adesso, al terzo titolo, sceglie la commedia surreale che gli riesce solo quando si tinge di nero, come nella sequenza di una carneficina immaginaria nelle cucine di un ristorante, attraversato da uno scimpanzé vestito di rosso e armato di coltello. O in altre macabre visioni condite di grottesco, a cominciare dal dottor Fumetti, un ruvido ‘mago’ cialtrone, e nella pantomima di un funereo venditore di case che mima lo sgozzamento di una vittima in un clima da “Psyco”. Ma alla fine il messaggio liberatorio della casalinga inquieta rivaluta l’ultras Carlos.
Mariuccia Ciotta, Film Tv

PABLO BERGER
Filmografia:
Torremolinos 73 (2003), Blancanieves (2012), Abracadabra (2017)

Martedì 26 febbraio 2019:
CHIAMAMI COL TUO NOME di Luca Guadagnino, con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel

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