Borgomanero: torna il cineforum del martedì

Martedì 2 aprile torna a Borgomanero l'appuntamento con il cineforum. Al Nuovo arriva "L'Atelier".

La scheda del film

Regia: Laurent Cantet
Sceneggiatura: Robin Campillo, Laurent Cantet
Fotografia: Pierre Milon
Musiche: Bedis Tir, Edouard Pons
Montaggio: Mathilde Muyard
Scenografia: Serge Borgel
Costumi: Agnès Giudicelli
Suono: Olivier Mauvezin, Agnès Ravez, Antoine Baudouin
Interpreti: Marina Foïs (Olivia), Matthieu Lucci (Antoine), Warda Rammach (Malika), Issam Talbi (Fadi), Florian Beaujean (Étienne), Mamadou Doumbia (Boubacar), Julien Souve (Benjamin), Mélissa Guilbert (Lola), Olivier Thouret (Teddy), Lény Sellan (Boris)
Produzione: Denis Freyd per Archipel 35/France 2 Cinéma
Distribuzione: Teodora Film
Durata: 113'
Origine: Francia, 2017
Data uscita: 7 giugno 2018

La Ciotat, estate 2016. Antoine ha deciso di frequentare un laboratorio di scrittura per giovani aspiranti scrittori, finalizzato a scrivere un romanzo noir con l'aiuto di Olivia, una celebre romanziera. Il lavoro di scrittura è più che altro teso a far riemergere il passato operaio della città e del cantiere navale chiuso da 25 anni, una nostalgia che ad Antoine non interessa più di tanto. Più attratto dall'ansia del mondo moderno, Antoine si metterà rapidamente in opposizione al resto del gruppo e a Olivia, che dalla violenza del giovane si sente allarmata e allo stesso tempo sedotta.
Olivia, nota romanziera parigina, tiene un laboratorio di scrittura a La Ciotat, la città provenzale in cui i fratelli Lumière ripresero l'arrivo di un treno dando inizio alla storia del cinema. Vi partecipano sette tra ragazzi e ragazze, selezionati per un programma d'inserimento: dopo il declino dei cantieri navali, infatti, l'economia locale è depressa e scarsa di prospettive. L'obiettivo - come spiega Olivia - è scrivere collettivamente un romanzo poliziesco ambientato nella città. Se i giovani, di origini etniche diverse, non sono particolarmente docili, tra tutti spicca per atteggiamento provocatorio Antoine, ragazzo sensibile all'ideologia dell'estrema destra. Via via che i rapporti evolvono, le certezze di Olivia entrano in crisi; il libro che stava scrivendo resta al palo e Antoine, il ragazzo che spara alla luna, sembra diventare lui stesso un eroe da romanzo. Laurent Cantet, di cui molti ricorderanno “La classe. Entre les murs”, Palma d'oro a Cannes dieci anni fa, è l'erede del grande Eric Rohmer: stessa la genialità nel coniugare la fiction con la realtà spontanea di ciò che accade durante le riprese, stessa l'infallibile scelta di giovani attori che non si lasciano ingabbiare in tipizzazioni o cliché. Se i ragazzi di Rohmer parlano d'amore con dialoghi da Beaumarchais, però, quello di Cantet è un cinema a contenuto più esplicitamente politico, che assume posizioni sulla realtà odierna e su quella di ieri. Ne è prova la ricchezza del regime d'immagini: dai documentari d'epoca sui cantieri navali ai cinegiornali, da Facebook ai videogame; il tutto alternato con discussioni più vere del vero tra i ragazzi, filmate in contemporanea da più macchine da presa. Ciò che rende straordinario “L'atelier”, però, è il modo in cui sfugge a ogni tentazione di lanciare messaggi, di farsi veicolo (in ciò ‘politico’ nel senso migliore del termine) di un'ideologia. In qualsiasi altro film il personaggio di Antoine sarebbe stato liquidato come un giovane di destra, tutt'al più ‘traviato’ e da redimere. Qui, invece, è un ragazzo tentato sì dalla propaganda estremista, un potenziale nichilista, e che tuttavia si sforza di capire il mondo in cui gli è toccato vivere (la violenza terroristica, ma anche la disoccupazione e lo sfruttamento), senza contentarsi di parole d'ordine o di altre scorciatoie. Così come Cantet, in modo speculare, mette tutto l'impegno per comprendere (e farci comprendere) Antoine, anziché limitarsi a giudicarlo.
Roberto Nepoti, La Repubblica

Quello di Laurent Cantet è, prima d'ogni altra cosa, un cinema che ruota sempre attorno alla parola. Ed è perciò piuttosto spiazzante quando, in apertura de “L'atelier”, ci si ritrova davanti a una sequenza di immagini che delle parole fanno a meno. La prima sequenza del film è infatti tratta da “The Witcher 3”, videogame famoso per l'immensità del proprio universo e per la libertà di movimento concessa al giocatore; non sono immagini particolarmente rilevanti, solo un avatar, in cima a una montagna, che agita la spada e scaglia frecce verso l'orizzonte. Non ce ne saranno altre di simili, eppure, l'eco di quest'apertura, di un guerriero bisognoso di combattere in un mondo senza parole dove conta solamente agire, farà sentire costantemente la propria presenza.
L'atelier a cui fa riferimento il titolo è un workshop estivo per ragazzi che si tiene a La Ciotat, località di provincia vittima di una drammatica operazione di smantellamento dei vecchi e gloriosi cantieri navali che ne hanno fatto la storia. Sotto la guida di una scrittrice di successo, verranno gettate le basi per la stesura di un racconto thriller. Un laboratorio di parole, dialoghi e discussioni, in cui Cantet inserisce un'antitesi alla propria idea di cinema: un ragazzo che fa da contraltare al potere delle parole. Per il giovane protagonista Antoine, infatti, ciò che conta sono le azioni; le parole diventano un semplice mezzo per cercare lo scontro, per fomentare le discussioni, per rievocare azioni estreme come l'attentato al Bataclan. Incapace di supportare un dialogo o costruire un discorso per esprimere le proprie idee, Antoine ritrova nelle immagini un mezzo per sfogare, anche soltanto con lo sguardo e con la mente, le proprie frustrazioni.
Ed è proprio filmandosi mentre si tuffa e fa ginnastica; riprendendo di nascosto la sua insegnante o guardando in rete immagini di scontri e violenza, Antoine riesce a veder replicate all'infinito le sue azioni e le sue idee, aumentandone così il significato e il valore. Un modo per reiterare il proprio agire, per alimentare un addestramento continuo, che passa per l'esercizio fisico, YouTube e i videogame e porta all'unico modo in cui oggi è possibile, per quelli come Antoine, stare al mondo: al combattimento. Un addestramento che per forza di cose dovrà poi sfociare in un atto di violenza estrema, in uno scontro frontale.
Non è ovviamente un caso che in questo duello tra azione e parola messo in scena da Cantet, tocchi proprio quest'ultima mantenere la pace. Nel suo discorso incredibilmente politico, infatti, il regista francese individua proprio nella mancanza di dialogo la genesi delle tensioni sociali che attanagliano la Francia (e di conseguenza l'Europa). D'altronde, quello di Laurent Cantet è, prima d'ogni altra cosa, un cinema (e un mondo) che ruota sempre attorno a un unico elemento: la parola.
Francesco Ruzzier, Cineforum

LAURENT CANTET
Filmografia:
Jeux de plage (1995), Risorse umane (1999), A tempo pieno (2001), Verso il sud (2005), La classe - Entre les murs (2008), 7 Days in Havana (2012) ("La fuente"), Foxfire - Ragazze cattive (2012), Ritorno a L'Avana (2014), L'atelier (2017)

Martedì 9 aprile 2019:
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