Borgomanero: appuntamento con il cineforum

Martedì 30 gennaio nuovo appuntamento con il cineforum a Borgomanero. Sul grande schermo va in scena "Arrival".

Regia: Denis Villeneuve
Soggetto: Ted Chiang (racconto)
Sceneggiatura: Eric Heisserer
Fotografia: Bradford Young
Musiche: Jóhann Jóhannsson
Montaggio: Joe Walker
Scenografia: Patrice Vermette
Arredamento: Paul Hotte
Costumi: Renée April
Effetti: Marc Reichel, Jean-François Ferland, Alexandre Lafortune, Louis Morin, Raynault VFX, Rodeo FX, Oblique FX, Hybride Technologies, Alchemy 24, Folks
Suono: Sylvain Bellemare (montaggio), Bernard Gariépy Strobl (missaggio), Claude La Haye (missaggio)
Interpreti: Amy Adams (dott.ssa Louise Banks), Jeremy Renner (Ian Donnelly), Forest Whitaker (colonnello Weber), Michael Stuhlbarg (agente Halpern), Mark O'Brien (II) (capitano Marks), Tzi Ma (generale Shang), Abigail Pniowsky (Hannah a 8 anni), Julia Scarlett Dan (Hannah a 12 anni), Jadyn Malone (Hannah a 6 anni), Frank Schorpion (dott. Kettler), Lucas Chartier-Dessert (Lasky), Christian Jadah (Combs), Sonia Vigneault (dott.ssa J. Bydwell), Mark Camacho (Richard Riley), Larry Day (Dan Ryder, ufficiale della CIA)
Produzione: Shawn Levy, Dan Levine, Aaron Ryder, David Linde per 21 Laps Entertainment/Filmnation Entertainment/Lava Bear Films
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Durata: 116'
Origine: U.S.A., 2016
Data uscita: 19 gennaio 2017
Premio Arca Cinemagiovani come miglior film in concorso e Premio Future Film Festival Digital Award alla 73. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2016); Oscar 2017 per il miglior montaggio sonoro.

Quando un misterioso oggetto proveniente dallo spazio atterra sul nostro pianeta, per le susseguenti investigazioni viene formata una squadra di élite, capitanata dall'esperta linguista Louise Banks. Mentre l'umanità vacilla sull'orlo di una Guerra globale, Banks e il suo gruppo affronta una corsa contro il tempo in cerca di risposte - e per trovarle, farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana.
Un ritorno alla fantascienza umanista, alla fantascienza del dialogo, del ‘un altro mondo è possibile’, anche perché di mondo non c’è solo il nostro. Talento già acclarato e poliedrico, il canadese Denis Villeneuve con “Arrival” realizza una sci-fi umanissima, che gioca tematicamente - e drammaturgicamente - col tempo, non lineare, per ribadire il nostro libero arbitrio, con tutto ciò che comporta, dolore in primis: la perdita di una figlia, la fine, se non di un amore, di un rapporto di coppia. Nonostante tutto, le incomprensioni geopolitiche, il razzismo, il ‘prima gli umani’ (vedi, ‘prima gli italiani’), “Arrival” postula e predica laicamente la possibilità del win-win, di un gioco non a somma zero, in cui il linguaggio e la scienza possano dire la loro, possano realizzare - dopo il dare il nome alle cose: ‘human’ - il secondo privilegio dell’essere umano: l’accoglienza. Accoglienza del diverso, l’alieno, qui un eptapode, ovvero un gigantesco polpo a sette zampe, ma anche accoglienza del proprio destino, dell’antico fato: homo faber della propria sorte, anche quando la conosciamo già, perché l’abbiamo pre-vista nel futuro, e non saranno solo rose e fiori.
Non c’è più spazio per computer ribelli, soprattutto non c’è più senso per monoliti sfacciatamente lucidi, con gli angoli taglienti e l’inintelligibilità per assunto, qui la superficie del guscio alieno, anzi, dei 12 gusci piovuti sulla Terra è ruvida, non presenta alcun angolo e non è contenitore vuoto: servono intelligenze smussate, concave per accogliere, e qui la politica e gli eserciti mostrano tutta la propria inadempienza. Restiamo umani, verrebbe da dire, e ognuno ricordi quel che può, quel che vuole.
La linguista è la solita Amy Adams piena di grazia, lo scienziato un ottimo Jeremy Renner, il colonnello che li assolda Forest Whitaker: un triangolo di cui la Adams saprà fornire la cerchiatura buona per intendere gli alieni e, forse, salvarci. Salvarci non da loro, ma da noi stessi: fantascienza umana e umanista perché centripeta, riflessiva, non distopica, semmai utopica. Vi torneranno in mente tante cose, da “Gattaca” a “Inception”, soprattutto, tirerete un sospiro di profondo sollievo per le sorti magnifiche e progressive del sequel di “Blade Runner”, affidato a Denis Villeneuve, di cui “Arrival” oltre alla perizia tecnica - meravigliosa la fotografia di Bradford Young, gattachiane ed emotivamente pregne le musiche dell’abituale Jóhann Jóhannsson - testimonia lo spessore - sì, tocca ripeterci - umanista, l’attenzione introspettiva, la delicatezza nel trattare gli ‘affari di cuore’, la capacità di dare al genere - ricordate “Sicario”? - il voltaggio morale e i crismi del cinema d’autore.
L’invasione aliena porta con sé la necessità di evadere da noi stessi, dai nostri interessi particolari, dalle ragioni di Stato, dal gioco in difesa o in attacco per perseverare nel dialogo, per - letteralmente - aprirci all’altro: i tentacoli disegnano, il colore comunica, il sacrificio e il dono sono contemplati. Anche da noi?
Estrema forza di “Arrival”, sceneggiato da Eric Heisserer a partire dal racconto di Ted Chiang “Story of Your Life”, sta nel lirismo scevro di stucchevolezze, emozione senza piagnisteo, umanesimo senza buonismo: non ha fretta Villeneuve, non ha mezzucci, né facili entusiasmi da gettare in platea, ma il suo punto di arrivo è fertile, ottimo.
Federico Pontiggia, Cinematografo.it

Il confronto con l'altro, il diverso, è spesso stato raccontato al cinema attraverso l'incontro con gli alieni. Mostri aggressivi, pronti a invaderci e colonizzarci, metafora del 'pericolo rosso' o del 'pericolo giallo' a seconda dei periodi storici che soprattutto l'America attraversava. Fino a che Steven Spielberg non trasformò gli extraterrestri prima in esseri pacifici con i quali dialogare, poi addirittura in una specie di irresistibile cucciolo da salvare. Ed è proprio a “Incontri ravvicinati del terzo tipo” che ci fa pensare “Arrival” di Denis Villeneuve (...) che riporta sullo schermo gli abitanti di un altro pianeta, un po' spariti negli ultimi anni, fatta eccezione per Star Wars. Ma gli alieni di Villeneuve arrivano per ricordarci che i problemi sul nostro pianeta non hanno niente a che vedere con le minacce dallo spazio in un film che dietro il genere fantascientifico nasconde una riflessione profonda sull'incontro con ciò che non conosciamo. (...) Il tema centrale del film diventa dunque il ruolo che la comunicazione svolge nella relazione col diverso, sull'importanza della comprensione e della compassione, sulla necessità di un dialogo che vada oltre le barriere linguistiche proprio mentre il mondo, preda di un'isteria collettiva, è ansioso di dichiarare una guerra globale. Ogni parola male interpretata rischia di dare fuoco alle polveri, ogni parola ben spesa ha il potere di salvare l'umanità da una folle autodistruzione.
Alessandra De Luca, Avvenire

 

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