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Giovedì, 22 Febbraio 2024
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Ahmadreza Djalali, nuovo sit in a Novara per salvare il ricercatore condannato a morte

Il ricercatore ha insegnato Medicina dei disastri all’Università a Novara

Quella speranza che rimane sempre accesa, sempre. Il Gruppo di Novara di Amnesty International organizza e invita a partecipare a un nuovo sit in previsto venerdì 26 gennaio dalle 17 alle 19 in città davanti al municipio per un un’unica e profonda richiesta: chiedere con forza la liberazione di Ahmadreza Djalali. Djalali, il ricercatore di nazionalità svedese e iraniana, sottoposto a detenzione arbitraria in Iran dal 2016, che per alcuni anni ha insegnato Medicina dei disastri all’Università a Novara, nonché cittadino onorario della città, rischia fortemente di essere messo a morte per rappresaglia. Novara si era mobilitata immediatamente e l’impegno non è mai venuto meno, anzi si è rafforzato e si rafforza ogni giorno di più.

Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord ha dichiarato che "le autorità iraniane stanno minacciando di eseguire la condanna a morte di Djalali per rappresaglia, dopo che le loro richieste d’invertire il corso della giustizia in Svezia sono rimaste inevase. Questo crudele gioco con la vita di Djalali, subito dopo che un tribunale svedese aveva confermato in appello la condanna all’ergastolo dell’ex dirigente delle prigioni Hamid Nouri per il ruolo avuto nel massacro delle carceri del 1988, aumenta le preoccupazioni che le autorità iraniane stiano tenendo in ostaggio Djalali per indurre la Svezia a uno scambio di prigionieri. Gli stati della comunità internazionale, compresa la Svezia, devono immediatamente chiedere alle autorità iraniane di annullare qualsiasi proposito di mettere a morte Djalali".

Il 20 dicembre, un giorno dopo la sentenza svedese, gli organi d’informazione statali iraniani hanno diffuso un video di propaganda contenente la "confessione" forzata di Djalali, nella quale egli dichiara di essere una spia israeliana. Djalali ha sempre negato queste accuse, sostenendo di essere stato costretto a “confessare” sotto tortura. Il video di propaganda contiene anche la "confessione" forzata di Habib Chaab, a sua volta svedese-iraniano, messo a morte in segreto nel maggio di quest’anno. Questa circostanza alimenta ulteriormente le già forti preoccupazioni che Djalali possa essere presto impiccato. Il 22 dicembre, secondo quanto riferito dai familiari di Djalali, un funzionario del potere giudiziario ha visitato il detenuto informandolo che il verdetto di colpevolezza e la condanna a morte erano stati "confermati" e che sarebbero stati “attuati presto”. Djalali è stato condannato a morte nell’ottobre 2017 per il reato di "corruzione sulla terra", al termine di un processo profondamente iniquo. Purtroppo, la sua vicenda si inserisce in un contesto iraniano che vede una spaventosa ondata di esecuzioni, almeno 115 solo nel mese di novembre.

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