Cronaca

Ricercatore novarese condannato a morte, Saitta: "Chiediamo la revoca della sentenza"

Ahmadreza Djalali, medico iraniano di 46 anni, ha lavorato per 4 anni come ricercatore a Novara. Arrestato nell'aprile del 2016, è accusato di spionaggio. L'appello dell'assessore regionale alla Sanità

"Sollecito i ministeri degli Esteri e della Salute e l’Unione europea a intervenire presso le autorità iraniane per bloccare la condanna a morte del dottor Djalali".

E’ questo l’appello dell’assessore alla Sanità della Regione Piemonte Antonio Saitta alla notizia della condanna a morte di Ahmadreza Djalali, il medico iraniano di 46 anni che dall’aprile del 2016 si trova nel carcere di Evin, a Teheran, con l’accusa di essere una spia.

"Il dottor Djajali ha lavorato a lungo in Piemonte, oltre che in altri paesi occidentali ed è un professionista stimato da tutti i colleghi. Questa vicenda ci addolora profondamente: chiediamo l’immediata revoca della condanna e la sua scarcerazione", aggiunge l’assessore Saitta, riprendendo la battaglia di civiltà portata avanti dall’Università del Piemonte Orientale, dai medici e dai ricercatori.

Il dottor Djalali ha lavorato per quattro anni a Novara, all’Università del Piemonte Orientale, come ricercatore capo al Crimedim, il Centro di ricerca in medicina di emergenza e delle catastrofi, e ha collaborato all’estero per anni con ricercatori italiani, israeliani, svedesi, americani e del Medio Oriente. E’ sposato e ha due bambini che vivono in Svezia con la madre, ma periodicamente si recava in Iran: nel corso dell’ultima visita è stato arrestato dalle autorità di Teheran con l’accusa di collaborare con governi nemici.

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