Dormelletto: a Villa Cucchetta in scena l'epopea di Ribot il Magnifico con l'Accademia dei Folli

Domenica 29 settembre l’Accademia dei Folli mette in scena Ribot il Magnifico, una nuova produzione dedicata al grande cavallo da corsa italiano, una storia fuori dall’ordinario, un’epopea raccontata a più voci con musiche eseguite dal vivo. Lo spettacolo apre le porte di un mondo fatto di allevatori, allenatori e fantini che si intreccia con la Storia del dopoguerra, alla scoperta di un campione mai sconfitto. L’appuntamento è alle 17 a Dormelletto presso Villa Cucchetta: una location non casuale, dato che Ribot era di proprietà della scuderia Razza Dormello Olgiata di Dormelletto e venne allevato presso Villa Tesio da Federico Tesio. L’ingresso allo spettacolo è gratuito.

E proprio Federico Tesio quando vide per la prima volta Ribot disse: «Mah». Poi aggiunse: «Mi sembra un cavalluccio senza peso». E pensare che si trattava di una sua creatura: era stato proprio lui a far incrociare Tenerani e Romanella, i due cavalli più focosi e bizzarri della sua scuderia. Al resto della storia Tesio non poté assistere, perché morì prima che Ribot facesse il suo esordio a San Siro. Vinse, naturalmente. Poi vinse ancora, e ancora, e ancora. Ormai, nel 1967, Ribot si è ritirato dalle corse e fa lo stallone nel Kentucky, dove rimpiange i giorni felici trascorsi al fianco di Magistris, vicino di stalla e compagno di allenamento, amico del cuore. Nel frattempo è passata a miglior vita anche donna Lydia, moglie di Tesio e signora dell’ippica. Sarà lei, nell’oltretomba, a raccontare le imprese di Ribot a un Tesio prima scettico, poi incredulo, infine sbalordito. Possibile? Possibile che quel cavalluccio senza peso abbia vinto ad Ascot e a Longchamp (due volte), diventando “la più formidabile macchina galoppante che si sia mai scatenata in un ippodromo”? Possibile, gli risponde nell’aldilà donna Lydia. Possibile, le fa eco Ribot dal Kentucky. Già, perché sul palco c’è anche lui, in carne e ossa, e ovviamente dice la sua. D’altronde, chi meglio del diretto interessato può spiegare come sono andate veramente le cose? In tanti, esperti e profani, si sono interrogati sul fenomeno Ribot, chiedendosi quali caratteristiche fisiche lo abbiano reso così forte, così invincibile. Quel torace carenato da levriero, quella spalla perfetta che si allungava facendolo diventare il doppio, come i gatti. E il portamento, poi. E le capacità polmonari. Ecco cosa lo faceva volare verso il traguardo, dove ad attenderlo c’era sempre Magistris. E se invece, suggerisce Ribot, c’entrasse proprio l’amicizia?

Ogni allevatore di cavalli ha un sogno nel cassetto: quello di creare il campione. Non che i sogni si avverino spesso, ma a Federico Tesio, talvolta, succedeva. Gli era già successo nel 1935 con Nearco, gli successe di nuovo il 27 febbraio 1952, quando nella campagna inglese attorno a Newmarket vide la luce un puledrino piuttosto sgraziato, cui fu imposto un nome che sarebbe diventato quello del Cavallo del Secolo. Ribot, a vederlo da puledro, faceva tenerezza: esile sul treno posteriore e con la spalla troppo lunga; eppure, a due anni, il brutto anatroccolo diventò improvvisamente un gran bel cigno. Fino ad allora quasi sempre intento a brucare in compagnia della sua fedele ‘amica’ capra, improvvisamente a Ribot venne voglia di correre. Fin da subito dimostrò doti fuori dall’ordinario. Debuttò il 4 luglio del 1954 nel Premio Temuschio, sulla distanza dei 1000 metri. Lo conduceva Enrico Camici, il fantino che avrebbe festeggiato dalla groppa di Ribot tutte le sue 16 vittorie. La legenda di Ribot continuò anche dopo il ritiro dalle corse. I suoi figli e le sue figlie vinsero più corse classiche di qualsiasi altro stallone vivente. L’iscrizione sulla sua tomba mette brividi di tenerezza: «1952-1972, qui giace un campione mai sconfitto».

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